Rubrica settimanale di Alessandro D’Avenia pubblicata sul sito del Corriere della Sera.

«Ho capito che considerare l’amore in un certo modo non era corretto, sono riuscita a trarre conclusioni che non avrei saputo dove ‘pescare’ e a mettere in ordine sentimenti contrastanti che gestivo in modo sbagliato». Sono le parole di una diciottenne che aveva ultimato il libro che ho dedicato alle storie d’amore di 36 donne, collegate da quella che tutte le contiene: Orfeo ed Euridice. Avevo avvertito la necessità di esplorare e rivivere narrativamente la domanda che tutto muove: l’amore salva? Non avrei pensato che ne scaturisse un’educazione sentimentale in forma di romanzo a racconti di generi diversi, l’amore li usa tutti (da tragico a comico, da epico a lirico). Sull’ispirazione hanno pesato considerevolmente le frequenti crisi e domande che, in tema di relazioni, ricevo da ragazzi allo sbaraglio in un ambito della vita in cui, stranamente, pensiamo non ci sia nulla da insegnare e imparare (nessuno può fare una casa senza conoscere la fisica delle forze, invece per fare casa in due chissenefrega della fisica delle relazioni). I ragazzi sono lo specchio del mondo adulto e l’immagine «amorosa» che rimandano è precisa: il divorzio tra testa e cuore genera amori senza testa o senza cuore, cioè a dolorosa scadenza.

Un’evanescente educazione sentimentale, semplificata in sessuale (ridotta sovente a paure e contromosse: come non metterla/rimanere incinta e cosa fare se accade), lascia l’essenziale della vita in balia dell’improvvisazione e del così fan tutti. Gli adolescenti, educati dalla rete più che dai genitori, vivono l’amore come prestazione di un io debole e bisognoso di valere qualcosa, a colpi di emozioni e di mi piace. È la loro versione del precariato relazionale da app di incontri. Amare è essere scelti come trofei da caccia o scegliere a partire dalla consapevolezza di sé? Una preda attira predatori, invece libertà è avere il coraggio di non piacere a tutti i costi e di stare soli («anche solo sono completo»). Non siamo merci da bancone digitale, né alcolizzati emotivi, ma persone desiderose di amare ed essere amate stabilmente. Quando gli studenti dicono «non ho il ragazzo/a», ricordo loro che non si possiede e non si è posseduti da nessuno. Amare è scegliere l’altro, non possederlo, è «voler bene» all’altro non «voler star bene» a spese dell’altro. Per questo preferisco il vintage «sono o non sono fidanzato» all’orrendo «esco con qualcuno». Amare impegna tutta la persona, testa e cuore, anima e corpo: richiede quindi il verbo essere.”

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