Testo tratto dal sito: State of Mind 

” [..] In letteratura numerosi studi hanno cercato di chiarire il ruolo di fattori ambientali e sociali nell’influenzare il comportamento dei giovani nella fase di sviluppo della sessualità, riservando particolare attenzione all’ambiente familiare, che generalmente rappresenta la base formativa dell’individuo e ne influenza lo sviluppo futuro.

I cambiamenti che hanno interessato le nostre società hanno radicalmente modificato il momento dell’ingresso nell’età adulta e nella vita sessuale dei giovani: l’allungamento dell’aspettativa di vita, così come l’accesso all’istruzione, una qualità di vita superiore e la tensione verso una parità maggiore tra i sessi, hanno consentito di ritardare l’imperativo del matrimonio come unico fattore emancipante, permettendo un periodo transitorio ed esplorativo più lungo, spesso accompagnato da un maggior numero di partner sessuali nel tempo, da ultimo ritardando l’età media al momento del matrimonio (Halpern & Kaestle, 2014).

 Tuttavia, una maggior quantità di partner sessuali può rappresentare un rischio in termini di esposizione ad eventuali malattie sessualmente trasmissibili (Epstein et al., 2014; Faber et al., 2011; Vardas et al., 2011; Vasilenko, Kugler, Butera & Lanza, 2015), così come comportare ricadute emotive importanti nel momento di interruzione della relazione.

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L’effetto delle variabili genitoriali e familiari sulla sessualità dei giovani

Uno studio di Cheshire, Kaestle & Miyazaki (2019) si è occupato di analizzare i dati di 5.385 soggetti provenienti dal campione originale (N=20.745) del National Longitudinal Study of Adolescent to Adult Health (Add Health), uno studio longitudinale su giovani adulti americani della durata di 13 anni, la cui quarta ondata di rilevazioni ha fornito i dati per questa nuova fase della ricerca: in linea con il trend stabilito dalle rilevazioni precedenti, gli autori prevedevano che la comprovata influenza delle variabili familiari sul comportamento sessuale della progenie sarebbe persistito, sebbene con impatto minore nel tempo. Oltre a cercare conferma dell’effetto delle variabili genitoriali e familiari, il presente studio ha indagato la natura della comunicazione tra genitori e figli relativamente alla tematica sessuale, in particolare distinguendo tra la frequenza nell’affrontare il discorso, la natura stessa della comunicazione circa il sesso (che può essere neutrale-informativa oppure connotata negativamente) ed il momento in cui tale scambio avvenga, ovvero se esso preceda il primo rapporto sessuale o quando esso sia già avvenuto, in linea con le ricerche di Clawson and Reese-Weber (2003) che hanno riscontrato come una comunicazione avvenuta “in tempo” correlasse con un numero minore di partner sessuali.

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Il sesso dei soggetti esaminati è risultato un fattore determinante sul numero di esperienze nella prima età adulta, infatti le femmine registravano un numero inferiore di partner a 18 anni (13.9% in meno dei ragazzi), 12.5% in meno all’età di 23 anni, per poi calare drammaticamente ad un tasso del 21.7% di esperienze sessuali in meno rispetto ai coetanei maschi all’età di 28 anni. Allo stesso modo anche la maturità fisica del soggetto è stata messa in correlazione con un aumento nelle esperienze sessuali (20,8% in più). L’appartenenza ad un nucleo familiare costituito dai due genitori naturali o adottivi rappresenta un fattore protettivo, costituendo forse un esempio di stabilità genitoriale che scoraggia o non è comunque rappresentativo di uno stile sessuale più esplorativo che richiederebbe un maggior numero di partner. Una spiegazione similare è applicabile ai risultati ottenuti nel valutare l’impatto della religiosità dei genitori sulle esperienze dei giovani, infatti gli adolescenti e giovani adulti provenienti da nuclei praticanti riscontravano un tasso del 7,4% inferiore in ogni fascia d’età rispetto ai coetanei.

L’importanza della comunicazione

La comunicazione riguardo agli argomenti di natura sessuale risulta essere fondamentale nell’influenzare il comportamento dei giovani, tuttavia, i risultati ottenuti sembrano andare contro le intuizioni degli autori, così come le credenze del senso comune: in primo luogo, sembra che in generale, i soggetti che hanno fatto maggiori esperienze sessuali, provengano da quelle famiglie nelle quali si è dedicata maggiore attenzione alla comunicazione riguardo alla tematica sessuale (29.4% di partner in più all’età di 18 anni, fino ad una percentuale del 17.2% all’età di 28 anni). Tuttavia, non dicendo nulla circa la direzionalità di questa correlazione, è plausibile pensare che i genitori dei giovani in questione abbiano deciso di affrontare i discorsi circa il sesso proprio cogliendo i segni della maturità sessuale dei figli, cercando di prepararli per questa fase della loro vita.

Contrariamente a quanto previsto, si è riscontrato che la comunicazione circa le conseguenze negative del sesso non costituisce un fattore predittivo rispetto al numero dei partner con cui si è fatta esperienza e tale influenza rimane costante in tutte le fasce di età analizzate: sembrerebbe quindi che sottolineare le conseguenze negative del sesso sia assolutamente irrilevante, ovviamente non in termini di prevenzione, ma rispetto al numero di partner con cui i figli decideranno di avere rapporti.

La disapprovazione dei genitori circa la condotta sessuale dei figli sembra avere un effetto che varia nel tempo: in adolescenza essa correla con un tasso di partner sessuali del 24.3% inferiore rispetto ai coetanei, a 23 anni questo gap sembra venire rapidamente colmato (10.0% di partner in meno), per finire con l’8.6% di partner in meno a 28 anni. Sembra quindi che dimostrare disapprovazione abbia un effetto su quando i figli si sentiranno liberi di fare le proprie esperienze sessuali più che sul limitarsi o meno nel farle. Allo stesso modo, anche la relazione che intercorre tra la vicinanza con i genitori e il numero di partner sembra variare nel tempo, anche in questo caso risultando più evidente nella fase adolescenziale per poi calare in tarda età adulta (24.9% di partner in meno a 18 anni, 18.0% in meno a 23 anni e mantenendosi relativamente costante a 17.3% di partner in meno a 28 anni).

Per concludere

Sebbene lo studio di Cheshire, Kaestle & Miyazaki (2019) abbia delle limitazioni, una tra tutte quella di non indagare il ruolo di altre fonti che possano costituire dei modelli alternativi d’influenza (e.g. i pari, i media), i risultati ottenuti sembrano indicare che le influenze genitoriali giochino un ruolo rilevante nell’acquisizione dei valori e delle attitudini riguardo al sesso, più che sul numero effettivo di partner con i quali i figli hanno rapporti e tuttavia tale influenza perde di rilevanza nelle varie fasi di crescita, quando nella tarda età adulta i figli acquisiscono indipendenza e tende naturalmente a prevalere la costruzione di legami più duraturi nel tempo. ”

Per l’articolo completo e i dettagli dello studio clicca sul sito: State of Mind