Disturbi somatoformi

Nei disturbi somatoformi i problemi psicologici si manifestano in forma fisica, ovvero la persona esperisce sintomi fisici per i quali non è individuabile alcuna causa organica. Questi disturbi non sono soggetti a controllo volontario, né sono prodotti intenzionalmente. Le persone che ne soffrono tendono a ricercare le cure mediche e di solito restano frustrate e confuse quando i medici non trovano alcuna spiegazione fisiologica ai problemi che essi lamentano.

 

Disturbo algico

In questo disturbo i fattori psicologici giocano un ruolo importante nell’esordio, nel mantenimento e nella gravità del dolore fisico. Il dolore causa un livello significativo di disagio e menomazione; per esempio, la persona può non essere più in grado di lavorare, oppure sviluppare una dipendenza da analgesici. Come abbiamo detto sopra, il dolore può esordire o intensificarsi dopo un conflitto o uno stress. A un osservatore esterno può sembrare che la persona usi il dolore per evitare qualche attività spiacevole, o per attirare si di sé attenzione e simpatia, ma chi soffre di disturbo algico non se ne rende conto: sperimenta il proprio dolore come un sintomo completamente fisico.

 

Dismorfismo corporeo

Il disturbo di dismorfismo corporeo viene diagnosticato quando una persona prova un’intensa preoccupazione perché immagina, o esagera, un difetto nel proprio aspetto fisico. I problemi tendono a concentrarsi soprattutto su certe parti del corpo; per le donne queste sono in genere la pelle, i fianchi, il seno e le gambe, mentre per gli uomini tendono ad essere l’altezza, le dimensioni del pene e i capelli. Le persone affette da questo disturbo sperimentano, in relazione al loro presunto difetto fisico, una forte angoscia che condiziona pesantemente molti aspetti della loro vita. Questo disturbo è relativamente raro con un tasso di prevalenza inferiore all’1%. Solitamente le persone con disturbo di dimorfismo corporeo soddisfano i criteri diagnostici anche di un altro disturbo psicologico. La comorbidità è soprattutto frequente con la depressione maggiore, la fobia sociale, il disturbo ossessivo compulsivo, l’abuso di sostanze e i disturbi di personalità.

 

Ipocondria

L’ipocondria è la paura di avere una grave malattia. Per soddisfare i criteri diagnostici previsti dal DSM, tale paura deve persistere per almeno sei mesi, nonostante le rassicurazioni mediche che non vi sono gravi patologie in atto. Le persone affette da questo disturbo solitamente sono utenti abituali dei servizi sanitari e spesso giudicano i medici incompetenti e inaffidabili. L’ipocondria spesso presenta comorbidità con i disturbi d’ansia e i disturbi dell’umore. Inoltre l’ipocondria non si differenzia in modo netto dal disturbo di somatizzazione, caratterizzato anch’esso da una lunga storia di lamentele di malattie. La differenza sostanziale sta nella forte preoccupazione del soggetto ipocondriaco che i suoi sintomi siano il sintomo di una malattia grave.

 

Disturbo di somatizzazione

Questo disturbo è definito da molteplici e ricorrenti problemi fisici, privi di una spiegazione organica apparente e che tuttavia portano il soggetto a cercare le cure dei medici. Per soddisfare i criteri diagnostici, il soggetto deve esibire vari tipi di sintomi fisici e tali sintomi devono causare una menomazione sociale e lavorativa di notevole entità. I soggetti con questo disturbo tendono a sottoporsi ripetutamente a visite mediche e ad esami diagnostici, a farsi visitare da più medici per uno stesso sintomo e ad assumere molti medicinali. Anche i ricoveri ospedalieri e gli interventi chirurgici sono frequenti nella loro storia. Nel riferire le lamentele, questi pazienti tendono a presentare i propri problemi in modo teatrale, esagerato, o come parte di una lunga e complicata storia clinica; di fatto, molti ritengono di essere stati malati per tutta la vita. Le persone che soffrono di questo disturbo riferiscono spesso una moltitudine di problemi comportamentali e interpersonali, quali assenteismo, difficoltà nelle esperienze lavorative e coniugali. La comorbidità è elevata con i disturbi d’ansia, i disturbi dell’umore, l’abuso di sostanze, numerosi disturbi di personalità e con il disturbo di conversione. Si stima che la prevalenza di questo disturbo nell’intera esistenza sia inferiore allo 0.5% della popolazione.

 

Disturbo di conversione

Nel disturbo di conversione, il manifestarsi di sintomi sensoriali e motori, come un’improvvisa cecità o paralisi, pare indicare un danno neurologico, ma gli accertamenti e i test clinici non evidenziano alcuna alterazione a livello degli organi o del sistema nervoso. I soggetti colpiti da questo disturbo possono esperire paralisi parziale o totale degli arti inferiori o superiori; convulsioni e alterazioni della coordinazione; sensazioni di pizzicore, formicolii o brividi a livello della pelle; insensibilità al dolore; l’insieme di questi sintomi è definito nel complesso anestesia, cioè perdita della sensibilità. Anche la visione può presentare alterazioni gravi, che vanno dalla cecità, parziale o totale, alla visione a tunnel, in cui il campo visivo è ristretto ai lati come se la persona stesse guardando attraverso un tubo. L’afonia, cioè la perdita della voce tale che la persona può parlare soltanto sussurrando, e l’anosmia, ovvero la perdita dell’olfatto, sono altri possibili sintomi del disturbo di conversione. Alcuni soggetti appaiono poco preoccupati, o perfino sereni: non mostrano un particolare desiderio di liberarsi al più presto dei propri sintomi, né li ricollegano a una condizione di forte stress in cui possono trovarsi. Il termine conversione fu introdotto da Sigmund Freud, secondo il quale l’ansia e il conflitto psicologico si convertono in sintomi fisici. La prevalenza del disturbo di conversione è inferiore all’1%. Nell’osservare sintomi quali una paralisi o una disfunzione sensoriale, è molto importante operare una diagnosi differenziale fra un disturbo di conversione e un problema neurologico. Prima di tutto vanno escluse le cause organiche.